L’eremita di Ripaille è un romanzo storico di Giovanni Giraudo, pubblicato nel 1983, che racconta i momenti più concitati della vita di Amedeo VIII di Savoia che lo hanno portato a lasciare il trono di Piemonte per la cattedra di San Pietro.

Contesto
XV secolo. L’Europa è scossa da una profonda crisi che continua a dividere la cristianità, rischiando di minare la stabilità dei principati europei. Il trasferimento del papato ad Avignone aveva creato parecchie tensioni, sia all’interno della Chiesa sia tra le diverse dinastie del continente, che porteranno ad avere tre papi contemporaneamente: due a Roma e uno ad Avignone, con l’Europa divisa tra chi prestava fedeltà al primo, chi al secondo e chi al terzo.
La situazione sembrò risolversi con il concilio di Costanza e l’elezione di Martino V, che fu riconosciuto come unico pontefice. Se a Costanza i padri conciliari trovarono una soluzione allo scisma, trovarono anche una ragione per crearne un altro. Durante il concilio si sollevò infatti una questione importante: è superiore l’autorità del papa o quella del concilio?
Per risolvere la questione, Martino V convoca un nuovo concilio a Basilea, ma muore poco prima dell’inizio dello stesso. Il nuovo papa, Eugenio IV, non è intenzionato a cedere una briciola del proprio potere e, temendo di trovarsi in minoranza, dichiara guerra aperta al concilio.
L’Impero Bizantino è minacciato dall’avanzata ottomana e l’imperatore Giovanni VIII Paleologo chiede aiuto a Roma per ottenere il sostegno dei principi cristiani contro l’avanzata musulmana.
È da questo punto che Giraudo apre il suo romanzo.
Trama
Papa Eugenio IV non vuole perdere il proprio potere, ma il Concilio non è disposto a cedere e pretende che il papa si presenti a Basilea, mentre il pontefice dichiara illegittimo il consesso dei vescovi. Inizia così un lungo braccio di ferro tra le due fazioni, che non riguarda solamente le questioni teologiche, ma anche gli equilibri politici del continente.
Una figura spicca su tutte: Amedeo VIII, duca di Savoia, riconosciuto da tutti per la sua abilità politica. In seguito alla morte della moglie, decide di ritirarsi a vita eremitica a Ripaille, dove fonda l’ordine di San Maurizio. Il duca nomina il figlio Ludovico luogotenente, delegandogli gradualmente i vari incarichi di governo, ma senza lasciargli il ducato: teme infatti l’influenza della nuora e del consuocero, il duca di Milano.
Intorno ad Amedeo cresce una fama di santità che porterà il Concilio a deporre Eugenio IV e a nominare come nuovo papa proprio Amedeo VIII, che assumerà il nome di Felice V.
Recensione
Il romanzo tratta un periodo storico molto preciso, spesso dimenticato dal grande pubblico, ma al contempo molto importante per la storia europea e per quella della Chiesa. Giraudo riesce, con abilità, a descrivere un mondo complesso, rivelando una grande conoscenza del periodo in questione e una notevole capacità narrativa.
Leggendo questo libro non si può non cogliere l’eredità di Machiavelli e Alfieri, che con grande abilità seppero decifrare l’animo umano e, soprattutto, l’animo politico degli uomini. Giraudo riesce a tessere una fitta trama di intrighi di corte che coinvolgono le corti di Ripaille, Chambéry, Firenze, Roma e Basilea, così come riesce a descrivere e caratterizzare con ricchezza di sfumature i diversi personaggi. Tra questi meritano di essere ricordati il «debole» Ludovico di Savoia, l’astuta Anna di Lusignano, l’intrigante Piccolomini e i cardinali-politici.
Il ritratto meglio riuscito è sicuramente quello di Amedeo VIII, descritto nella sua complessità di uomo colto, politico avveduto ed esperto, conoscitore dell’animo umano, ma anche fervente credente. Il Concilio di Basilea, che eleggerà Amedeo VIII nella speranza di trovare in lui un uomo forte, capace di dare nuovo vigore alla Chiesa e di affermare la superiorità dell’autorità conciliare, si trova ben presto di fronte a un uomo molto diverso da quello che si aspettava. Amedeo non sembra infatti disposto a lasciarsi trascinare dagli eventi: i suoi silenzi, le sue esitazioni e i suoi dubbi rivelano la volontà di comprendere fino in fondo la situazione nella quale è stato chiamato a svolgere un ruolo tanto delicato.
Nessuno può sapere con certezza cosa sia passato per la mente del «duca pacifico» in quei giorni concitati, ma Giraudo riesce a tracciare un ritratto verosimile di un uomo pienamente consapevole della gravità di ciò che sta accadendo e, allo stesso tempo, di un credente tormentato, sinceramente preoccupato di comprendere quale sia la cosa giusta da fare. È proprio questo contrasto tra l’uomo politico, chiamato a prendere una decisione che può cambiare gli equilibri della cristianità, e l’uomo di fede, che teme di smarrire la strada giusta, a rendere il personaggio di Amedeo VIII particolarmente riuscito.
Un difetto, a mio parere, è la mancanza di un elenco dei personaggi reali e di quelli fittizi, che sarebbe stato utile al lettore più interessato ad approfondire le reali dinamiche della vicenda.
Si segnala inoltre la levatura dei discorsi che intercorrono tra il duca e i suoi interlocutori: discussioni profonde sulla politica e sulla teologia, intrise al tempo stesso di una grande abilità nell’arte dell’intrigo. I dialoghi non sono infatti semplici momenti di passaggio della narrazione, ma diventano veri e propri confronti tra diverse visioni del potere, della Chiesa e del ruolo che l’uomo è chiamato a svolgere nella storia. Dietro ogni parola sembra celarsi un secondo significato, ogni interlocutore cerca di comprendere le intenzioni dell’altro e, allo stesso tempo, di non rivelare completamente le proprie. Ne emerge un mondo nel quale la riflessione teologica si intreccia continuamente con la politica e nel quale le convinzioni religiose diventano spesso anche strumenti di diplomazia e di potere. È proprio in questi dialoghi, talvolta serrati e talvolta più riflessivi, che Giraudo riesce forse meglio a restituire la complessità di un’epoca nella quale fede, politica e ambizione personale erano profondamente intrecciate.
Due parole sull’autore
Giovanni Giraudo (Roccavione 1912 – Dronero 2000), laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Torino, è stato presidente dell’UNCEM dal 1954 al 1963, Deputato e Senatore della Repubblica Italiana per cinque legislature con la Democrazia Cristiana.
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